CAPITOLO II

IL SISTEMA DI PIANTAGIONE

 

  2.1 I lavoratori bianchi

L' occupazione iberica dell'America continentale, iniziata con la conquista del Messico da parte di Hernàn Cortés nel 1519, fece sì che la Spagna trascurasse i suoi interessi coloniali nelle isole. L'importanza di queste ultime sembrava infatti limitata rispetto al continente che offriva la possibilità di fondare basi su una superficie più vasta e soprattutto di mettere le mani sulle miniere di oro e argento. Discorso inverso valse invece per le altre nazioni europee, principalmente Inghilterra, Francia e Olanda, che a partire dagli anni trenta del 1600, cominciarono ad estendere la loro sfera di influenza nei Caraibi e a prendere in maggiore considerazione le terre circondate dalle acque.[1]

 Un esempio pertinente è quello della Giamaica. L'isola fu occupata dalla Spagna nel 1510 ma nessuno sforzo fu fatto per promuovere il suo sviluppo. Con il dominio britannico invece, i soldati che avevano partecipato all'occupazione dell'isola in quanto parte delle truppe del generale Venables,[2] divennero, nel giro di una generazione, il nucleo di una prospera banda di piantatori.

Inglesi, francesi e olandesi si stanziarono così in quella parte del Nuovo Mondo non ancora interamente occupata dagli spagnoli. I primi ad arrivare furono i piantatori, che iniziarono la colonizzazione trasferendo in queste terre inizialmente lavoratori bianchi assunti come servi a contratto. In un primo momento l'attenzione  fu rivolta verso il tabacco, si spostò poi verso l'indaco per fissarsi infine sul prodotto che richiedeva le maggiori spese ma offriva anche i maggiori guadagni, lo zucchero. Prima del 1640 vivevano sulle isole di Barbados, Nevis e St.Kitts 52000 bianchi. Gli schiavi furono presenti in queste isole fin dall'inizio della colonizzazione, sebbene in quantità ridotta, e a metà XVII secolo il loro numero era ancora inferiore a quello della popolazione bianca.[3]

I primi problemi vennero dalla necessità di procurarsi manodopera. Nelle colonie spagnole e portoghesi del sud America si ovviò al problema ricorrendo al lavoro delle popolazioni autoctone; lo sfruttamento europeo dei nativi non fu possibile per due motivi:  nelle grandi Antille gli amerindi morirono decimati dalle malattie esantematiche portate dagli europei; mentre "in the Lesser Antilles the Caribs [....] fought, and with enough success to compel the English and French to leave them certain islands as in effect reservations".[4]

Il fallimento del progetto di rendere schiavi gli indigeni americani lasciò agli europei solo due alternative:  l'utilizzazione di lavoratori bianchi o di schiavi neri provenienti dall'Africa. Il suolo americano poteva essere sfruttato coltivando prodotti tropicali su larga scala ma ciò richiedeva anche l'utilizzazione di manodopera non libera. La ragione è molto semplice. Lo scenario che si prospettava ai piantatori che arrivavano nelle colonie americane era quello di un'abbondanza di terre tale da consentire a ciascuno, almeno nei primi anni della colonizzazione, di appropriarsi di un appezzamento e di coltivarlo. Era chiaro che in tali circostanze nessun lavoratore sarebbe stato disposto a lavorare per terzi, ma ognuno avrebbe esercitato "his natural inclination to work his own land and toil on his own account".[5]

 I primi ad essere assoggettati  allo sfruttamento degli europei furono i nativi che popolavano le isole al tempo della conquista, ma quando questa fonte venne meno, si cominciò ad importare manodopera dall'Europa. L'utilizzo di lavoratori europei servì a  inglesi e francesi a dar vita ad un sistema di lavoro coatto che, pur essendo una forma di coercizione, non si configurava come schiavitù vera e propria. Gli europei furono presto sostituiti dagli africani.

E' particolarmente significativo il fatto che all'inizio della colonizzazione le condizioni economiche e demografiche in Inghilterra favorissero l'emigrazione. Il Nuovo Mondo era visto dagli europei come una grande zona di frontiera che si apriva a chiunque volesse emigrare in cerca di fortuna, fuggire dalle società  europee e farsi una nuova vita.

 I lavoratori bianchi che lasciavano la madrepatria per andare a lavorare nelle colonie  americane  presentavano caratteristiche diverse. I più comuni erano i cosiddetti "indentured servants", emigranti che non avendo la possibilità di pagare  interamente il prezzo della traversata dell'Atlantico, "firmavano con le compagnie, con i  capitani delle navi o con altri coloni un contratto nel quale si impegnavano a prestare il proprio lavoro in cambio di vitto, alloggio e del passaggio in nave."[6] Il contratto prevedeva un periodo di soggezione che durava di solito dai tre ai cinque anni, al termine del quale sarebbe stato concessa loro terra e la possibilità di acquistare schiavi. 

 In realtà, la continua mancanza di manodopera e la crescente domanda in Europa di prodotti tropicali fece sì che i piantatori escogitassero vari mezzi al fine di estendere il periodo di servitù.[7] L'esigenza di forza lavoro spinse gli europei a creare altrettanti espedienti per reperire il maggior numero di persone possibili da mandare nelle colonie americane. Nel 1656, all'indomani dell'occupazione della Giamaica, Cromwell ordinò che fossero mandati sull'isola mille ragazzi e mille ragazze dall'Irlanda.[8] Nello stesso anno Cromwell dispose che la Gran Bretagna fosse ripulita da tutti i malviventi, i vagabondi e le cosiddette " light women". Questi "were to be rounded up throughtout the  British Isles - since they prevented good people from living in peace and were no use in war - and were to be transported to Barbados and Jamaica, where the plantation owners could buy them and use them for five years".[9]

 Tale progetto fu principalmente attuato in Irlanda, dando così la possibilità ai protestanti inglesi di vendicarsi delle rivolte cattoliche che avevano causato la morte di molti inglesi. Fu inoltre varata una legge secondo la quale ai cattolici scozzesi e irlandesi bisognava tagliare la barba e vestirli secondo la moda londinese. A molti furono anche dati nomi più strettamente inglesi.  In quattro anni solo in Irlanda e Scozia furono catturati 6400 servi bianchi e mandati nelle Indie occidentali. Sette anni dopo l'occupazione inglese la Giamaica aveva una popolazione di 4.205 abitanti, di cui 3.653 bianchi, tra uomini, donne e bambini, e 552 neri.[10]

In queste situazioni si verificarono numerosi abusi e per tutta Londra e Bristol si diffusero rapimenti di bambini da parte dei cosiddetti spirits. Questi ultimi erano persone che si diceva catturassero uomini, donne e bambini  per venderli poi a capitani di navi dirette verso il Nuovo Continente. Gli espedienti da essi utilizzati erano diversi: i bambini venivano semplicemente rapiti, gli adulti invece erano fatti ubriacare e al  risveglio si trovavano già su una nave in rotta verso le Americhe.[11]

Gli "indentured servants" diedero vita ad un traffico regolare tra l' Europa e il Nuovo Mondo. Tra il 1654 e il 1685 dal solo porto di Bristol ne partirono circa diecimila, diretti soprattutto verso le Indie occidentali e la Virginia, con una media annua di oltre trecento,[12] buona parte spinta dal desiderio di occupare terre e raggiungere un facile arricchimento.

  Nella seconda metà del XVIII secolo si verificarono anche  rapimenti di neri liberi che vivevano in Inghilterra. Una petizione datata 27 Febbraio 1788 e indirizzata ai rappresentanti del Commonwelth del Massachussets denunciava il barbaro rapimento di tre neri dicendo che: "the captain...got them on bord put them in irons and carred them of, from teir wives and children to be sold for slaves". La petizione continua poi mostrando rammarico e senso di impotenza di fronte a tali ingiustizie: "what then are our lives and liberties worth if they may be taken away in such a cruel and unjust manner as these".[13]

Un inconveniente presentato dal sistema di lavoro a termine era il fatto che una volta giunti nelle Indie occidentali i servitori tendevano a fuggire. Nel 1672 in Giamaica fu proibito lasciare l'isola senza autorizzazione; era inoltre punito dalla legge nascondere servitori in fuga. Allo scopo di esercitare un maggiore controllo fu stabilito che per ogni settimana di assenza dal lavoro il periodo di soggezione venisse allungato di un giorno; un mese di astensione prevedeva un prolungamento di una settimana, un anno un mese e sette anni un anno, "And if it is his custom to run away, his master may put him in irons untill he is broken of his bad habit".[14]

 Anche i condannati  fornirono una fonte di lavoro bianco. All'inizio del 1600 ogni reato sembrò grave abbastanza da meritare l'emigrazione nel Nuovo Mondo. Il lavoro nelle colonie americane divenne la pena prevista per quasi ogni sorta di crimine e a metà del XVII secolo vi era soggetto anche che rubasse un cavallo o una pecora. Un secolo più tardi questa pena sarà comminata per il furto di un cucchiaio d'argento e di un orologio d'oro. Nel corso degli anni, man mano che aumentò il numero di schiavi in America,  la gravità del reato per cui era prevista tale pena aumentò sempre di più, ciò dimostrò una netta relazione tra la normativa giuridica e l'esigenza di forza lavoro nelle piantagioni.[15]

Anche in questo caso si registrò una prassi di abusi ad opera di giudici, segretari e carcerieri. A queste persone venivano infatti offerte "bribes" per "convincerli" a mandare questo anziché quel condannato nelle Americhe, specie in considerazione del fatto che la condanna più mite era almeno di otto anni.[16] Comunque questo fenomeno si diffuse a tal punto che viene coniato un nuovo termine nel vocabolario inglese: "to barbadoes ", cioè essere mandati a lavorare nelle piantagioni dell'isola omonima.[17]

 Tra gli europei  impiegati nelle piantagioni  i migliori e più efficienti si rivelarono gli scozzesi e gallesi;  molti più problemi invece crearono gli irlandesi. Questi ultimi, costretti a lasciare la patria in  gran numero durante la guerra civile, si allearono spesso con i francesi.[18] Tutti comunque erano descritti come pigri, incapaci, oziosi e incontrollabili; si diceva che né il carcere né la workhouse, una prigione dove i condannati per piccoli reati venivano fatti lavorare, avrebbe potuto cambiarli.

Si è detto che il  processo migratorio  inglese fu favorito dai  problemi economici e sociali esistenti in patria e che i primi lavoratori dall'Inghilterra arrivarono negli anni trenta del XVII secolo. Con lo scoppio della guerra civile nel 1642, il flusso migratorio diminuì per alcuni anni per poi riprendere e continuare fino alla restaurazione. Possiamo dire che la guerra civile segnò un cambiamento nelle fonti e nella natura dell'emigrazione verso il Nuovo Mondo.

Benché  lo spostamento volontario continuasse, in questo periodo si assistette all'emigrazione forzata di prigionieri politici, persone condannate alla pena di morte,  mendicanti e nomadi. Mentre per gli "indentured servants" la condizione di servitù era legalizzata dal contratto che essi firmavano, per i condannati il lavoro nelle piantagioni rappresentava un'alternativa alla prigione o alla pena di morte e il periodo di soggezione era direttamente proporzionale alla gravità del reato commesso. I primi a lasciare l'Inghilterra in direzione delle Indie occidentali erano stati in prevalenza persone appartenenti alla piccola borghesia. La guerra civile invece costrinse all'emigrazione anche un gran numero di inglesi, scozzesi e irlandesi di qualunque classe sociale.[19]

Le condizioni in cui i lavoratori bianchi vivevano nelle piantagioni non erano molto diverse da quelle degli schiavi. Infatti, poiché il contratto  legava i servitori   alla piantagione per un periodo di tempo limitato, i loro padroni non avevano nessun interesse economico nel riservare loro un trattamento di favore. Anzi, gli europei erano  spesso trattati più duramente degli stessi neri. Uno storico del XVII secolo parlando della durezza dei piantatori verso i lavoratori bianchi scrisse: "I knew one at Guadalupe who had buried more than fifty upon his plantation, whom he had killed by hard work, and neglect when they were sick. This cruelty proceeded from their having them for three years only, which made them spare the Negoes rather than these poor creatures."[20]

 Poiché il periodo di schiavitù degli africani durava per tutta la vita e si estendeva anche alla prole, i padroni consideravano lo schiavo come proprietà privata, come una sorta di investimento a lungo termine. I coloni cercarono talvolta di risparmiare agli schiavi compiti  troppo gravosi, riservandoli ai lavoratori a termine.  In seguito anche gli schiavi perderanno questo "privilegio", quando i proprietari preferiranno ritornare in patria e lasciare la gestione della piantagione nelle mani di loro agenti detti "overseers". Essi, non essendo i diretti proprietari non avevano nessun interesse economico per gli  schiavi, che rappresentavano solo uno strumento di lavoro da controllare, dirigere, e su cui sfogare le proprie ire con punizioni che talvolta portavano alla morte.

Molti lavoratori bianchi trovarono nelle Indie occidentali l'elemento che cambiò completamente le loro vite. Alcuni, una volta scontato il periodo di servitù previsto dal contratto e partendo dai 3-5 acri di terra concessi loro,[21] riuscirono ad acquistare piantagioni da dimensioni modeste e a godere di un benessere che in Europa non era certo da tutti. Questo cambiamento nello stile di vita interessò  a volte anche le donne che, pur non arrivando mai a possedere una piantagione,  sposarono spesso  piantatori.

 Presto la coltivazione di prodotti tropicali dimostrò che gli africani costituivano una forza lavoro più economica e che allo stesso tempo erano in grado di offrire profitti maggiori. "The negroes supply was not only more plentiful, it was also cheaper. A withe servant's services for ten years amaunted to the price of a Negro slave. Three negroes worked better than and cost as much as one white man".[22] L' esperienza fatta con il trasporto di europei si dimostrò un'utile esercitazione per il commercio di schiavi neri. Il rapimento di bambini e adulti spostò la sua area geografica dall'Europa all'Africa. Il porto di Bristol, che aveva giocato un ruolo importante nell'imbarco di "indentured servants", diventerà, insieme a quello di Liverpool, il porto leader nella tratta degli schiavi.

 Con l'aumento del numero di africani che approdarono nelle isole caraibiche i bianchi che precedentemente erano stati impiegati nei campi furono trasferiti nella milizia armata. Poterono così badare alla protezione delle colonie e difenderle dalle rivolte degli schiavi e dagli attacchi stranieri.[23] Sugli schiavi invece viene caricato tutto il peso del duro lavoro che la produzione di zucchero richiedeva, dall'abbattimento degli alberi alla ripulitura della terra dalle gramigne, alla coltivazione e alla raccolta della canna fino alla raffinazione dello zucchero nei mulini

 

2.2 Le Piantagioni

 

La crescente domanda di prodotti tropicali in Europa rese necessario l'ampliamento delle superfici adibite a tali coltivazioni; si abbatterono così foreste e giungle per creare zone coltivabili. Il lavoro di disboscamento e di dissodamento del terreno era tra i più duri e richiedeva una notevole forza e resistenza. Esso scoraggiò gli europei e decimò le popolazioni autoctone. Molto più forti  e capaci si rivelarono  invece gli schiavi neri, che erano abituati all'agricoltura.

Dappertutto l'opera di ripulitura fu lenta e frustrante; ciò risultò particolarmente vero in Giamaica, specie nella parte nord-orientale che si presentava  montagnosa e con alberi di alto fusto. L'intero processo aveva varie fasi ed occorrevano di solito tre anni prima che il suolo fosse definitivamente pronto per la coltivazione della canna da zucchero. Inizialmente si tagliavano gli alberi che, una volta essiccati, venivano bruciati. Poi si estirpavano le radici e si piantava mais, tabacco e manioca. Nel secondo anno si coltivavano di solito tuberi come patate e yam. Solo al terzo anno la terra era completamente libera dalle impurità di radici e tronchi e poteva finalmente essere utilizzata per la coltivazione dello zucchero.[24]

Una volta che le terre erano state ripulite dai boschi, i piantatori crearono le infrastrutture vitali per lo sviluppo delle piantagioni. Furono così costruite strade e centri urbani con l'aiuto dell'Europa e dell'America settentrionale per il rifornimento di capitali e materie prime. L'Africa fornì invece i lavoratori. Con lo sviluppo dell'industria saccarifera sull'isola affluirono capitali ingenti e il benessere dei piantatori era facilmente deducibile dallo sfarzo che mostravano le loro abitazioni, le cosiddette "Great Houses". Esse erano arricchite e abbellite da oggetti d'argento, libri e quadri che testimoniavano la posizione ed il grado di benessere dell' uomo bianco che le abitava. Nelle parole di Walvin esse si innalzavano come "monuments to the wealth generated by slavery".[25]

Ovviamente tutto lo sfarzo  e il lusso dei padroni stava sotto gli occhi dei loro schiavi senza che questi potessero goderne minimamente. Anzi gli schiavi contribuivano a crearlo. Ogni "Great House" disponeva mediamente di uno staff di almeno venti servitori neri così divisi: "a butler, two footmen, a coachman, a postillion, an assistent, first and second cooks, a storekeeper, a waiting- maid, three house-cleaner, three washer-women, and four  seamstresses. If there were children in the family each was provided with a nurse and a boy or girl helper."[26]

I padroni vivevano così in evidente confort mentre gli schiavi abitavano in case primitive e indossavano vestiti più simili a stracci. Inoltre, mentre i bianchi mangiavano abbondantemente, agli schiavi era concesso il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Come Walvin fa notare questa era più o meno la stessa differenza che esisteva a quel tempo in Europa tra ricchi e poveri. Ciò che faceva la differenza però è proprio la piantagione, cioè lo scenario su cui poggiava la società del Nuovo Mondo, "the  plantation was a society in miniature which, magnified and exacerbated the basic tensions and inequities of the slave system".[27]

Nel corso degli anni le piccole fattorie delle isole britanniche crebbero sempre di più fino a raggiungere l'aspetto e le dimensioni di vere e proprie piantagioni. Questa istituzione non aveva nessun chiaro precedente storico e fu uno sviluppo peculiare del Nuovo Mondo.[28] Nata inizialmente nelle colonie portoghesi in Brasile, fu adottata anche nei Caraibi inglesi e francesi e servì per organizzare la coltivazione di prodotti tropicali su larga scala utilizzando manodopera di ogni colore e razza. La piantagione viene definita come "a form of landed estate upon which tropical products such as tobacco, cotton, indigo, cacao, or sugar were raised by gangs of white or black or red laborers in partial or complete bondage."[29]

Come si è visto i primi lavoratori furono gli indiani seguiti a ruota da europei e africani. Nelle prime piantagioni, come quelle sorte sull' isola di Barbados all'inizio del XVI secolo, il processo di adattamento fu difficile, in quanto i primi coloni non avevano alcuna esperienza precedente a cui far riferimento.

Il primo compito dei proprietari fu quello di rendere gli schiavi  docili ed affidabili e di trasformarli in bestie da soma da cui ci si potesse aspettare un buon profitto. La piantagione fu lo strumento attraverso cui la maggior parte degli schiavi realizzò  questo processo di trasformazione. Nelle piantagioni erano impartite agli schiavi le prime lezioni sul senso  della loro vita non libera, veniva insegnato loro a lavorare, obbedire e sopportare le dure condizioni cui sarebbero stati sottoposti. Non tutti gli schiavi lavoravano nelle piantagioni, alcuni di loro erano impiegati in città o come marinai su fiumi e mari. Ma senza dubbio fu la piantagione che più di ogni altra istituzione americana lasciò un segno indelebile sul maggior numero di schiavi.

Dall' affermazione del controllo inglese nelle isole caraibiche sino alla fine della schiavitù la popolazione nera crebbe da circa 50.000 a più di un milione. Nello stesso periodo in queste isole furono coltivati più di dieci milioni di tonnellate di zucchero. I piantatori delle isole di Barbados, ST. Kitts, Nevis, Montserrant, Antigua e soprattutto Giamaica, si arricchirono e fecero diventare di uso quotidiano in Europa un prodotto che nel Medioevo era stato riservato solo alle elite, mentre per il popolo aveva uno scopo eslusivamente medicinale.[30]

2.3 Lo zucchero

Il mercantilismo mondiale del XVII e XVIII secolo testimoniò l'ascesa dell'industria saccarifera dei Caraibi come la principale fonte del nuovo benessere. Nel 1660 la Gran Bretagna importò dalle sue colonie americane  1000 barili di zucchero, alla fine del secolo l'importazione era salita a 50.000 e nel 1730 si arrivò a 100.000.[31] L'importanza delle colonie americane crebbe di pari passo con il crescente uso in Europa di prodotti tropicali e la coltivazione dello zucchero divenne una vera e propria miniera d'oro per gli europei stanziati in queste isole: "if gold was not to be found in mines it was to be won by supplying the market of Europe with tropical luxuries, at first tobacco, ginger, indico, chocolate and cottom, but later and pre-eminently sugar"[32]

 Tuttavia, sebbene risulti naturale  associare lo zucchero alle piantagioni del Nuovo Mondo, va ricordato che il gusto per questo prodotto era molto diffuso in Europa molto prima della scoperta dell' America. La sua coltivazione ha origini antichissime, S. Mintz la fa risalire addirittura all '8000 A.C.  sulle coste della Nuova Guinea da dove due millenni più tardi si spostò verso est arrivando nelle Filippine, in India e probabilmente in Indonesia. Per quanto riguarda poi lo zucchero come prodotto finito, i primi riferimenti accertati risalgono all'era cristiana. Anche in questo caso comunque Mintz trova riferimenti al prodotto nella letteratura indiana del 400-350 A. C.[33]

Un punto di svolta nell'espansione della canna da zucchero è rappresentato dallo spostamento verso ovest delle popolazioni arabe. Dall'Asia questo prodotto si spostò lentamente verso occidente attraverso la Persia e nelle varie colonie che il popolo islamico fondò nel nord Africa e nel sud-Europa durante la sua migrazione verso ovest. Coltivazioni di canna da zucchero si trovavano quindi nelle isole di Cipro, Malta, Rodi, ma anche in Marocco, Sicilia e il prodotto era commerciato dalle principali città mercantili dell' epoca tra cui sicuramente Venezia.[34] Nel Mediterraneo orientale nacque anche il legame, che diventerà poi sempre più stretto, tra lo zucchero e gli schiavi. Mintz, rifacendosi allo  geografo Galloway, dice che l'intimo rapporto tra il dolcificante e la schiavitù nasce nelle isole di Creta e Cipro. Qui gli schiavi furono usati per far fronte alle difficoltà nate in seguito ai numerosi decessi provocati dalla peste: "the link between sugar cultivation and slavery, which was to last untill the nineteenth century, became firmily forged in Crete, Cyprus, and Marocco" [35]

 Prima che i portoghesi cominciassero a sperimentare la coltivazione di questo prodotto nella madrepatria l'industria saccarifera del mediterraneo era in netto declino. Verso la metà del XV secolo i portoghesi occuparono l'isola di Sào Tomè nel Golfo di Guinea, lì essi costruirono piantagioni e coltivarono zucchero per i mercati europei utilizzando schiavi neri dalle vicine regioni africane. All'inizio del secolo successivo Sào Tomè era una delle principali produttrici di zucchero, preceduta solo da Madeira.[36] La qualità e la quantità di zucchero prodotto in queste regioni e in quelle americane accellerò così il declino dell'industria saccarifera nel Mediterraneo.

Subito dopo la scoperta del Nuovo Mondo gli europei si resero conto che lo zucchero poteva essere coltivato su gran parte della sua superficie. Nel suo secondo viaggio nel 1493, Colombo portò la canna da zucchero dalle Canarie a Hispaniola, che fu la prima isola del Nuovo Continente dove si coltivò lo zucchero. Da lì, nel 1516, il primo carico fu portato in Europa. In ogni caso i primi esperimenti di coltivazione fatti sull' isola non diedero risultati soddisfacenti, per ragioni diverse di cui nessuna determinante. Innanzitutto, la Spagna dopo la conquista del Messico preferì dedicarsi alla ricerca di metalli preziosi in quelle regioni e usare le isole solo come punti di appoggio e di difesa per le navi dirette nella madrepatria. A questo si aggiunse la mancanza di capitali e di manodopera, quest'ultima dovuta in parte al fatto che la Spagna non disponeva di basi sulle coste africane per il rifornimento di schiavi.[37]

 Se la produzione di zucchero non decollò nelle prime colonie spagnole fu anche dovuto al tipo di macine che gli spagnoli utilizzarono per la frantumazione della canna. Si trattava infatti di macine con una ruota tagliente, nati nel decimo secolo in Egitto e utilizzate per la frantumazione delle olive. Per avere un'idea dell' inefficienza di queste macchine, basti pensare che le macine a tre ruote verticali utilizzati dai piantatori del XVII secolo riuscivano ad estrarre solo circa il 50 % del succo contenuto nella canna.[38]  In linea generale possiamo dire che i coloni, per aumentare la produzione di zucchero, estesero di solito la superficie coltivata piuttosto che aumentare la produzione per acro o la resa per tonnellata di canna .

L'emigrazione inglese nei tropici comincia nel secondo decennio del 1600 e la coltivazione di zucchero fu avviata sin dai primissimi anni. Nel 1616 questa coltivazione fu tentata nelle Bermuda e nel 1619 in Virginia. Anch'esse comunque fallirono. Non essendo in grado di coltivarlo gli inglesi si procuravano lo zucchero saccheggiando le navi spagnole in rotta verso la madrepatria.

 Un ulteriore punto di svolta è rappresentato dall'occupazione britannica dell'isola di Barbados nel 1625. Sull' isola si stanziarono un gran numero di emigranti che inizialmente si dedicarono alla caccia, alla pirateria e alla coltivazione di prodotti di sussistenza, ma che in seguito seppero dar vita ad estese piantagioni.[39] La coltivazione dello zucchero iniziò verso il 1640 e proveniva dalle colonie portoghesi del Brasile. Nella seconda metà del secolo molti dei primi coloni si trasferirono in Giamaica. Gli inglesi velocemente appresero le tecniche di coltivazione dagli olandesi e il sistema di piantagioni fu importato in tutti i Caraibi. In Giamaica la coltivazione di zucchero fu avviata circa vent'anni dopo l'occupazione inglese e essa mantenne un passo piuttosto lento fino alla fine del secolo. All'inizio del 1700 il ritmo si intensificò finché nel 1750 la quantità di zucchero prodotta in Giamaica superava quella che era stata nel 1700 la produzione di tutte le isole inglesi messe insieme.[40]

 Con l'aumento della produzione lo zucchero inglese divenne sempre più economico, progressivamente esso sostituì quello portoghese che fino ad allora aveva dominato i mercati del nord-Europa. Gli inglesi svilupparono così quello che venne definito il loro "sweet tooth " e " Like tea, sugar came to define English character".[41]

Il progressivo aumento della quantità di zucchero, che dalle colonie americane giunse in Europa alla fine del XVI secolo e nei primi trent'anni del secolo successivo, fece sì che questo prodotto conquistasse un vasto mercato nel Vecchio Continente. Da un lato quindi lo zucchero passò da rara e costosa ghiottoneria a prodotto economicamente accessibile a tutti, dall'altro alla crescente domanda fece riscontro un progressivo aumento dei prezzi, con il risultato di un facile e rapido arricchimento dei piantatori.

La situazione cominciò a cambiare verso la metà del XVII secolo. Alla  facilità con cui migliaia di tonnellate di zucchero potevano essere coltivate non si associò una pari  facilità nello smercio dell'intera quantità del prodotto. La "rivoluzione dello zucchero" avvenne soprattutto in Brasile, dove si passò dalle 4.760 tonnellate di zucchero del 1580, alle 16.300 di vent'anni dopo, per arrivare poi a 21.800 del 1710.[42] Ma produzione e consumo non riuscirono a camminare di pari passo, così tra il 1645 e il 1680 il prezzo dello zucchero calò di circa il 70%.[43] Il tramonto dell'industria saccarifera brasiliana era cominciato comunque già nell'ultimo ventennio del XVII secolo. In quel periodo la Francia non aveva ancora raggiunto una posizione concorrenziale con la produzione di zucchero delle isole di Saint Domingue, Martinica e Guadalupe. L'Inghilterra poté così godere della maggior parte del mercato europeo, anche se dovette subire come tutti la progressiva diminuzione dei prezzi.

Una delle conseguenze della riduzione del prezzo dello zucchero, fu che i mercanti che rifornivano di schiavi le colonie americane richiesero che la loro merce venisse pagata in titoli e non più con prodotti tropicali. Il periodo di maggiore crisi si ebbe tra il 1670 e il 1689, mentre da allora fino al 1713 i prezzi dello zucchero furono soggetti a forti oscillazioni, riflettendo i rischi e le incertezze delle guerre.[44] (1689 guerra anglo-francese; 1702 guerra per la successione spagnola). Di solito i conflitti comportavano un rincaro dei prezzi, ma aumentavano anche i costi di esportazione, così una vera ripresa si avrà solo dopo il 1713. I piantatori riuscirono comunque a superare questi periodi di difficoltà e "only inept and unlucky planters actually lost money, even in the worst of time".[45]

Se durante il periodo di crisi i coloni inglesi dovettero lottare con l'insufficiente domanda di zucchero proveniente dall'Europa, durante il periodo di boom essi dovettero invece affrontare le difficoltà imposte loro dal governo della madrepatria. Nasce infatti nella prima metà del 1600, e si conclude solo due secoli dopo, un'accesa disputa tra i coloni locali e i governi coloniali. Questi ultimi ritenevano che "the plantation exested for the sake of English trade, and that the protection of this trade was of more importance than the welfare of the colonists".[46]

Furono emanati Navigation Acts aventi lo scopo di proteggere ed incoraggiare il commercio inglese. Essi richiedevano che il commercio tra l'Inghilterra e le sue colonie oltremare fosse realizzato esclusivamente da navi inglesi. Il primo di questi "acts" che riguardava le Indie occidentali si ebbe nel 1651, seguito da un secondo nel 1660. Entrambi proibivano alle navi che non fossero inglesi di trasportare beni di consumo nelle colonie americane e prodotti tropicali coloniali in Europa.[47] In altre parole le colonie inglesi potevano acquistare beni di consumo solo dalla madrepatria e pagarli con prodotti tropicali fortemente richiesti in Inghilterra e Europa.

Tali leggi furono spesso raggirate e si sviluppò come diretta conseguenza un traffico illegale tra le singole colonie e i mercanti in Gran Bretagna. Ovviamente il contrabbando danneggiava l'economia della madrepatria; particolarmente grave si rivelò il commercio illegale sviluppatisi tra le piantagioni di tabacco in Virginia e la Scozia. Le leggi successive cercarono di correggere tale traffico: il "Navigation act" del 1696 si prefiggeva di impedire "the great abuses that were daily being committed, to the prejudice of English navigation, by the loss of a great part of the plantation trade of this kingdom, by the artifice and cunning of illdisposed persons [i. e.the Scots]".[48] Il governo britannico fu molto severo nei confronti dei trasgressori, basti pensare che nel 1761fu emanata una legge che considerava l'importazione di zucchero dalle colonie sraniere "as felony and the punishment Death without benefit of clergy."[49]

I Navigation Acts erano emanati da un parlamento che non annoverava tra i suoi membri alcun rappresentante dei coloni americani e di conseguenza essi giocarono a sfavore di questi ultimi. Tali leggi furono definitivamente revocate nel 1849[50] ed ebbero comunque il merito di contribuire allo sviluppo dell'economia britannica. I profitti ricavati dal commercio atlantico consentirono alla madrepatria di creare raffinerie di zucchero e industrie tessili per la lavorazione dei prodotti provenienti dalle colonie. Il cambiamento delle tecniche di produzione, che fu alla base della rivoluzione industriale, fece sì che si ripetesse la storia di due secoli prima. Come nel XVII secolo gli inglesi avevano tratto insegnamento dalla crescita della potenza marittima olandese, così nel XIX secolo l'Inghilterra divenne modello di potenza industriale e commerciale per le altre nazione europee.

 



[1] S. W. Mintz, Caribbean transformation, New York, Columbia University Press, 1989,   p. 46

 

.[2] vedi cap. 3 p. 61

 

[3] H. S. Klein, African Slavery in Latin America and the Caribbean, New York, Oxford , Oxford University Press, 1986, p. 50 

 

[4]K. G. Davies, op. cit. pag. 108   Le isole su cui vengono concessi spazi alle popolazioni autoctone furono Dominica e St. Vincent, secondo quanto attestato da un trattato firmato da Inghilterra e Francia nel 1660: "the English and French governments unable to agree as to the disposition of Dominica and St. Vincent, sighned a treaty with the Caribs in 1660 by wich the latter were left in possession".  E. Williams, From columbus to Castro. cit. p. 81  Per un'analisi della vita degli Amerindi su queste isole si veda: P. Hulme - N. Whitehead (ed.), Wild Majesty: Encounters with Caribs from Columbus to the Present Day, New York , Oxford University Press, 1992, pp.169-185. 

 

[5] E. Williams, Capitalism and Slavery, Chapel Hill, University of North Caroline Press, 1944, p. 5

 

[6] M. Sanfilippo, op. cit. p. 68

 

[7] A. Burns, op. cit. p. 217

 

[8] E. Williams, From Columbus to Castro, cit. p. 101

 

[9] G. Arciniegas,  . op. cit. pp. 213-214. Nei termini "vagabond" e "light women" Cromwell include anche i preti cattolici e chiunque professasse tale religione.

 

[10]  R. S. Dunn, Sugar and Slaves: The Rise of the Planter Class in the English West Indies, 1624-1713, New York, University of North Carolina Press, 1972, p.155

 

[11] G. Arciniegas, op. cit. p. 215 

 

[12] Williams, Eric,. Capitalism and Slavery, cit p. 10

 

[13] Cit. in  H. Aptheker, A Documentary History of the Negro People in the United States, New York, The Citadel Press, 1951, p. 20

 

[14] E. Williams, From Columbus to Castro, cit. p. 98

 

[15] E. Williams, Capitalism and Slavery, cit. p. 11

 

[16] E. Williams, From Columbus to Castro, cit. p. 100

 

[17] E. Williams, Capitalism and Slavery, cit. p. 13

 

[18] H. Wrong , Government of the West Indies, cit. p.25

 

[19] R. B. Sheridan, Sugar and Slavery: An Economic History of the British West Indies, 1623-1775, Barbados, Caribbean University Press, 1974, p. 236

 

[20] Cit. in  E. Williams, From Columbus to Castro, cit. p. 96

 

[21] In Giamaica, dove per la grandezza dell'isola c'era molta più disponibilità di terra coltivabile, si arrivò a concedere fino a trenta acri. Comunque quando alla fine del XVII secolo la coltivazione di zucchero prese piede la terra venne a trovarsi nelle mani di pochi;  i piccoli proprietari scomparvero e i lavoratori vennero pagati  in zucchero. Se si considera che il prezzo dello zucchero subì  una netta diminuzione nell'ultimo trentennio del 1600, questa non fu affatto una ricompensa lauta.

 

[22] E. Williams, From Columbus to Castro, cit. p. 104

 

[23] A. Burns, op. cit. p. 278  

 

[24] Carl e Roberta Bridenbaugh, No peace Beyond the line: The English in the Caribbean 1624-1690, New York, Oxford University Press, 1972, p. 271

 

[25] J. Walvin,   Slaves and Slavery: The British Colonial Experience, Manchester, Manchester University Press, 1992 ,  p. 57

 

[26] L. J. Ragatz, The Fall of the Planter Class in the British Caribbean, 1763-1833, New York, Octagon Books, 1971, p.8

 

[27] J. Walvin, Black Ivory: A History of British Slavery, London, Fontana Press, 1992, p. 73

 

[28]Alcuni esperimenti di piantagioni erano stati fatti nel Mediterraneo ancora prima della scoperta del Nuovo Mondo. Queste ultime però non arrivarono mai ad avere le caratteristiche e le dimensioni di quelle caraibiche.

 

[29] C. e R.  Bridenbaugh, op. cit. p. 280

 

[30] J. Walvin, Black Ivory, cit. p. 73

 

[31] J. Walvin, Slaves and Slavery, cit. p. 22

 

[32] H. Wrong, op. cit.  p.22

 

[33] Sidney, W. Mintz,  Sweetness and Power: The Place of Sugar in Modern History, New York, Viking Pinguin Inc., 1985, p. 19

 

[34] J. Walvin, Slaves and Slavery, cit. p. 13; J. Benìtez, Las Antillas Colonizaciòn, Azucar y Imperialismo, La Habana, Casa de las Américas, 1977, p.24

 

[35] J. H. Galloway, "The Mediterraneo sugar industry" in Geographical Review 67 (2), 1977. pp.  177-92 , cit. in Mintz, Sweetness and Power, cit. p. 29

 

[36] W. Mintz, Sweetness and Power, cit. p. 31

 

[37] ibid. p. 35

 

[38] Con gli attuali mulini idraulici si arriva fino al 96%.  R. S. Dunn,  op. cit. p. 192

 

[39] E. Williams, From Columbus to Castro, cit. pp. 112-113

 

[40] R. S. Dunn, op. cit. p. 204

 

[41]S. W. Mintz, Sweetness and Power, cit. p. 39

 

[42] K. G. Davies, op. cit. p. 179

 

[43] ibid.  p. 188

 

[44] R. B. Sheridan, op. cit. p. 404

 

[45] R. S. Dunn, op. cit. p. 190

 

[46] A. Burns, op. cit. p. 267

 

[47] M. Sanfilippo, op. cit. p. 75

 

[48] A.A. V.V. The Cambridge History of the British Empire, Vol. I, Cambridge, Cambridge University Press ,1929, p. 285

 

[49] A. Burns, op. cit. p. 495

 

[50] A. Burns, op. cit. p. 268