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La prima organizzazione che raccolse le istanze degli
obiettori israeliani fu nel 1982, in occasione dell’invasione del
Libano, Yesh Gvul (“C’è un limite!” – sito web:
www.yeshgvul.org.il)
e tra le sue prime
pubblicazioni essa stampò un poster con la traduzione in ebraico
della poesia di Brecht, che sarebbe diventata il manifesto della
piccola ma agguerrita organizzazione. Prima di essa, pochi erano
stati coloro che avevano opposto un “rifiuto selettivo” a prestare
servizio nei territori occupati e, soprattutto, essi avevano agito a livello
individuale e con minima risonanza. Nel dicembre del 1972, uno dei
primi
due riservisti dell’IDF (Israeli Defence Forces, in ebraico le iniziali
sono Tzahal) ad opporre il rifiuto fu Yitzhak Laor, studente di
letteratura; per la qual cosa fu condannato ad un periodo di
reclusione. Oggi Laor è un poeta famoso, scrittore e critico
letterario.
I refuseniks oggi sono centinaia e centinaia:
sono coscritti, cioè sotto servizio militare di leva (in Israele
dura 3
anni per i maschi), e vanno incontro a processi e pene severe; oppure
sono
riservisti, che significa che dopo il congedo ogni anno si è
richiamati a
prestare un servizio di un mese – in questo caso il rifiuto comporta
per lo più
una sanzione disciplinare senza processo, con un periodo di reclusione
di un mese. Bisogna tener conto, riguardo ai numeri, che la
popolazione
israeliana è di 6 milioni e 300 mila persone, di cui circa 1
milione e 400 mila sono palestinesi, i quali non vengono chiamati
nell’esercito (!), e poco meno di 1 milione sono i religiosi ortodossi,
che
sono esentati per legge dal prestare servizio militare.
“Nella versione israeliana di «Hell, no! We won’t go»,
i refuseniks non hanno bruciato le cartoline di arruolamento né
sono scivolati via, attraversando il confine. Al contrario, attenti
alla voce della loro coscienza, si sono presentati alla convocazione e
hanno affrontato gli ufficiali dichiarando, orgogliosi, che non
avrebbero partecipato all’operazione del momento, alla parata di follia
ordinata dai vertici politico-militari – che fosse l’invasione del
Libano del 1982 o la represione della popolazione palestinese durante
la prima e la seconda Intifada. Nello sfidare la gerarchia militare,
assunsero una posizione contraria anche alle istituzioni più
sacre dello stato d’Israele. Fin dalla sua costituzione, nel 1948,
l’esercito israeliano ha goduto di uno status di sacralità – una
reazione naturale all’olocausto che si abbatté sul popolo
ebraico negli anni quaranta. Con quell’orrore
impresso nella memoria collettiva, lo stile di vita della nazione
israeliana negli anni cinquanta e sessanta considerava il servizio
militare come un onore e un dovere dei più sacri, i militari
erano trattati con enorme rispetto, gli ufficiali al termine della loro
carriera militare potevano scegliere qualsiasi tipo di professione
civile, e molti di loro, entrati in politica, guadagnavano una rapida
promozione ai gradi più alti delle amministrazioni locali o del
governo nazionale. L’esercito era considerato come la vera
incarnazione del nuovo spirito di patria degli ebrei.” (Peretz Kidron)
“Israele non è uno stato con un esercito, è
un esercito con uno stato!”, è uno slogan
dell’organizzazione New Profile (sito web: www.newprofile.org):
nata nel 1998, di impostazione femminista, si definisce movimento
per la civil-izzazione della società israeliana, si oppone al
militarismo in tutte le sue forme e organizza il rifiuto della
leva sia dei ragazzi che delle ragazze. (Ruth Hiller è una delle
fondatrici di New Profile, si possono leggere due brevi interviste,
rilasciate al manifesto nel 2002).
“Il rifiuto selettivo, come atto di rifiuto morale e politico
della gerarchia politica e militare, fu considerato un sacrilegio. La
classe dirigente dei mezzi di informazione espresse la propria rabbia,
gli ufficiali mandarono in carcere i refuseniks, in alcuni casi un
refusenik venne addirittura ripudiato e allontanato dalla propria
famiglia e dagli amici.
“Ciò nonostante, la gerarchia militare adottò una
politica
molto cauta nel punire questi atti di «insubordinazione».
Alcune direttive confidenziali dell’IDF proibirono la corte marziale
per i refuseniks, richiedendo che venissero processati secondo
procedimenti sommari, di tipo amministrativo, in cui il comandante
dell’unità faceva le veci del giudice e le pene non superavano i
35 giorni di carcere.”
Alcuni generali avrebbero preferito, nella
tradizione della disciplina militare, corte marziale, processi
esemplari e pene severe; la qualcosa avrebbe spazzato via il movimento,
secondo loro.
“Prevalse, però, un atteggiamento più prudente: la corte
marziale, infatti, concede all’imputato un ben più articolato
diritto alla
difesa, che comprende l’assistenza di un legale e il diritto di
chiamare testimoni a propria discolpa. Yesh Gvul non ha fatto e non fa
mistero di voler trasformare ogni corte marziale in un processo
politico dove il Primo Ministro, il Ministro della Difesa e il
Comandante dell’IDF sarebbero tutti convocati per
«difendere» la legalità degli ordini che i
refuseniks respingono (la legge militare israeliana prevede che
un soldato abbia la possibilità di decidere di non eseguire un
ordine «palesemente illegale»). I generali hanno dunque
motivi più che validi per evitare un avvocato difensore che
giustifichi l’insubordinazione del suo cliente sostenendo che i loro
ordini sono palesemente illegali secondo la legge israeliana e
internazionale.
(...)
“Il rifiuto selettivo
è stata una sorta di conseguenza dell’esperienza ebraica, ovvero
quella di un popolo che aveva sofferto in maniera tanto disumana per
mano di soldati che stavano «solo eseguendo gli ordini».”
(Peretz Kidron).
[e qui è fondamentale il richiamo al testo di
Hannah Arendt “La banalità del male; Eichmann a Gerusalemme”,
immediatamente tradotto nel 1964 e ripubblicato a più riprese in
edizione economica da Feltrinelli, e allo sconvolgente film di Eyal
Sivan e Rony
Brauman “Uno specialista. Adolf Eichmann - Ritratto di un
criminale moderno”, che è un eccezionale montaggio a
partire dalle 500 ore di filmato realizzate da Leo Hurwitz dell’intero
processo ad Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961 -
assolutamente da vedere!].
Gli anni Settanta ed Ottanta, con lo scoppio dell’Intifada,
sono
caratterizzati dunque dall’affermarsi del rifiuto selettivo,
soprattutto tra i riservisti, ma poi anche e sempre di più tra i
soldati di leva. Il primo caso è ben rappresentato da un bel
racconto
autobiografico (64KB) di Peretz Kidron. Quanto ai militari di leva,
sono normalmente troppo soverchiati dalla rigida disciplina, a cui sono
soggetti, per disobbedire, e solo pochi all'inizio opposero resistenza.
Ciò non significa che i giovani soldati, coinvolti in battaglia
e in azioni di repressione, non abbiano sofferto di dolorosi tormenti
interiori. Il loro dilemma etico è ben rappresentato in una
lettera (51KB)
che un giovane militare di leva scrisse a un giornale durante la prima
Intifada.
Nell’Intifada al-Aqsa, che scoppiò alla fine di
settembre del 2000, il movimento dei refuseniks ha affrontato un
compito piuttosto arduo, poiché la stragrande maggioranza
dell’opinione pubblica israeliana sosteneva la campagna di repressione
contro i palestinesi. In buona parte, questa reazione deve essere
imputata al primo ministro Ehud Barak e alla leadership del partito
laburista, che era riuscita a convincere gli israeliani che a)
Israele aveva proposto ai palestinesi un’offerta di pace giusta ed equa
(Camp David), che però era stata respinta e che b) i
palestinesi si erano di nuovo rivolti alla violenza e al terrorismo.
Nel febbraio del 2001, malgrado uno spaventoso passato da
guerrafondaio, Ariel Sharon fu eletto primo ministro con il 63% dei
voti. Non c’è dubbio che uno degli elementi fondamentali che
aiutarono a spostare l’opinione pubblica a favore dei falchi furono gli
atti di violenza e gli attentati suicidi da parte dei palestinesi. Gli
attacchi indiscriminati sui civili - sia nei territori occupati che
entro quelli che erano i confini dello stato israeliano prima del ’67 -
convinsero l’opinione pubblica che «gli arabi vogliono ucciderci
tutti», e che l’offensiva conseguente dell’esercito fosse non
già la continuazione della campagna di repressione per tenersi
stretti i territori occupati e gli insediamenti colonici illegali che
vi erano stati costruiti, ma, piutosto, una battaglia per la pura e
semplice sopravvivenza fisica, una «guerra senza scelta»,
completamente giustificabile come atto di autodifesa contro un nemico
omicida.
In un clima di isteria bellica montata dai mezzi di informazione, le
organizzazioni dei refuseniks dovettero far fronte a un immenso
ostracismo, i refuseniks furono denunciati come traditori per aver
rifiutato di prendere parte alla cosiddetta «campagna di
difesa». Si cercò di smontare così l’argomentazione
principale del rifiuto selettivo, mentre dall’altra parte i
movimenti pacifisti e Yesh Gvul si impegnarono nel compito di provare
in maniera inconfutabile che l’esercito veniva usato per terrorizzare i
palestinesi e sottometterli.
Il 26 gennaio 2002, i refuseniks facevano
l’apparizione, per la prima volta, sulla scena italiana, con una
memorabile prima pagina de “il manifesto”;
sotto il titolo “Non sparo più”, veniva riportato
un annuncio, che il giorno prima era stato pubblicato a
pagamento sul quotidiano Ha’aretz, nel quale erano elencati i
nomi di 52 riservisti, con indicazione del grado e dell’unità di
assegnazione. Questo gruppo, con il nome «Coraggio di Fare
Obiezione» e con un proprio sito-web
www.seruv.org.il,
è cresciuto fino a raggiungere oltre 600 militari.
In Italia, dunque, si discute dei refuseniks, si aprono conti correnti
bancari per sostenere la loro azione, pochi in realtà ne
comprendono la effettiva portata a causa della così diversa
situazione tra Italia e Israele relativamente al militarismo e,
probabilmente, quei conti correnti non ricevono molta attenzione.
Leggiamo, invece, questo folgorante intervento (18KB) di Baruch Kimmerling, sociologo
brillante e acuto, docente all’Università di Toronto e
all’Università Ebraica di Gerusalemme [autore, con Joel S.
Migdal, del fondamentale “I palestinesi. La genesi di un popolo”,
considerato da molti il miglior testo di storia palestinese in
circolazione].
Già qualche mese prima, in Israele, si erano fatti
avanti anche dei giovanissimi studenti degli ultimi anni delle scuole
superiori (high-school senior students, in ebraico Shministim),
per lo
più, inizialmente, di Tel Aviv. Questi dopo intense discussioni
sulla realtà delle azioni di repressione della popolazione
palestinese da parte dell’esercito, non esitarono a dichiararle “acts
that should properly be called terrorist actions” ed etichettarono
lo IDF come IOF, Israeli Occupation Forces. Concordarono infine
una lettera da mandare al Primo ministro Ariel Sharon, la quale fu
firmata da 62 studenti. Un anno dopo, una seconda lettera raccolse
più di 300 firme. La storia e le intenzioni del gruppo possono
essere lette in un documento (in
inglese),
che contiene anche i testi delle due lettere (la prima è anche
riportata nella colonna qui a fianco). Il documento è
tratto dal sito
dell’organizzazione,
www.shministim.org.
Quando giunse il momento del loro arruolamento, i ragazzi mutarono le
parole in azioni. Molti di loro si rifiutarono di indossare l’uniforme,
e furono costretti a subire da parte dell’autorità militare
barbare punizioni nel tentativo di ammansire i loro spiriti. Alcuni dei
leader sono quelli che diventeranno famosi come “i Cinque” (Noam Bahat,
Matan Kaminer, Adam Maor, Hagai Matar, Shimri Tsameret) che
subiranno la Corte Marziale nell’autunno del 2003.
Riportiamo due lettere di due riservisti, scritte nel corso
del 2002, che è stato l’anno più cruento dei quattro anni
dell’Intifada al-Aqsa. La prima
lettera, scritta all’inizio dell’operazione “Muraglia di Difesa”,
è di Sergio Yahni, che è stato direttore dell’Alternative
Information Center di Gerusalemme. La
seconda
è di Yigal Bronner, che è attivista di Ta’ayush, una
partnership arabo-ebraica che offre supporto politico ed umanitario
alla popolazione palestinese nei territori occupati. In particolare, ci
sembra assai interessante confrontare questa seconda con le parole
pronunciate dal generale comandante dell’Aeronautica, Dan Halutz, in
una
intervista rilasciata
ad Ha’aretz, in seguito alla efferata esecuzione del 23
luglio 2002 di un leader militare di Hamas, Salah Shehadeh, in un
quartiere residenziale di Gaza City, effettuata sganciando da un aereo una bomba di
una tonnellata che uccise anche 14 civili tra cui 9 bambini (Dan
Halutz, nel febbraio 2005 è stato nominato, dal Primo ministro
Sharon, Capo di Stato Maggiore dell’esercito).
(CONTINUA) |
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Balance
L’artigliere che ha raso al suolo un ospedale il pilota
che ha incendiato un accampamento di profughi il giornalista
che ha corteggiato cuori e menti per uccidere l’attore
che ha trasformato tutto in un’altra guerra l’insegnante
che ha approvato la strage in classe il rabbino
che ha santificato gli assassinii il ministro
che ha alzato il braccio sudato in loro favore il paracadutista
che ha ucciso il profugo esiliato per la terza volta il poeta
che ha lodato la nazione nel suo momento più luminoso e la
nazione
che ha fiutato il sangue e benedetto i Mig. L’imparziale
che ha detto aspettiamo e vediamo come va a finire il politicante
che si è preso il disturbo di lodare l’esercito il commesso
che riconosceva i traditori dall’odore il poliziotto
che ha picchiato un arabo in mezzo a una strada in sommossa l’ufficiale
che aveva paura di disobbedire il primo ministro
che ha inghiottito il sangue entusiasta. Loro non saranno perdonati.
(1.7.82)
Balance,
di Yitzhak Laor, da «Poesie 1974-1992»,
Edizioni Kibbutz Hameuad 2002,
traduzione di Gaja Cenciarelli.
Perché
potremmo non
avere il tempo di spostare le montagne
E potremmo non essere arrivati fin qui per spostare le montagne,
Ma abbiamo un po’ di tempo per scrivere poesie,
Sul grande privilegio di essere quaggiù,
Sul grande privilegio di poter dire «No».
Nathan Zach, «Una tipica poesia
‘No’»
[Zach è un eminente poeta israeliano e uno dei maggiori
sostenitori di Yesh Gvul e del movimento dei disobbedienti]
* * *
Spinti dagli spargimenti di sangue nei territori occupati – perpetrati
dall’IDF agli ordini dei comandanti politici e militari
dello stato d’Israele – 25 ebrei benintenzionati hanno suggerito ai
«militari
dell’IDF» di prendere in considerazione il sesto dei Dieci
Comandamenti che dice: « Non
uccidere».
Sono ingenui o fanno gli ingenui?
Non sanno che l’omicidio è la conseguenza inevitabile e
razionale del fatto di dover sostenere un regime di occupazione ai
danni di un altro popolo?
Chiunque venga a patti con un regime simile, anche tacitamente, e allo
stesso tempo spinga i soldati a non uccidere, fa venire in mente quella
frase del Talmud: «Tagliategli la testa
ma senza ammazzarlo!».
Coloro i quali sono contrari all’occupazione e all’oppressione, che
non provocano altro che morte, dovrebbero incalzare i militari
israeliani dicendo: «Rifiutate di prestare servizio nei territori
occupati, se non volete che i vostri superiori vi trasformino in
assassini».
da una Lettera
all’Editore,
pubblicata su «Ha’aretz» del 13.5.1982,
del Professor Yeshayahu Leibovitz
(uno dei maggiori intellettuali israeliani, filosofo,
studioso di scienze, teologo e interprete della Bibbia)
* * *
Nel 1956 la Corte Suprema di Israele dichiarò colpevoli i
militari, esecutori del massacro a sangue freddo di 47 contadini,
uomini donne e bambini, nel villaggio arabo di
Qafr Qassem, in territorio israeliano, rigettando la giustificazione
per cui stavano semplicemente eseguendo gli ordini, e sentenziando che
un soldato ha il diritto e il dovere di rifiutare «un ordine
manifestamente illegale, su cui sventola la bandiera nera
dell’illegalità». Con le parole dei giudici, questa
è «un’illegalità che trafigge gli occhi e offende
il cuore, se l’occhio non è cieco e il cuore non è duro o
depravato... scioglie il soldato dal suo obbligo di obbedire e lo
accusa di responsabilità criminali per le sue azioni». Le
pene furono miti, ma da allora è rimasta proverbiale
l’espressione de la bandiera nera dell’illegalità.
* * *
Non andare alla loro guerra
Mio piccolo fratello Eliyahu
Prima di partire per la prossima guerra, pensa
A quella precedente e lascia che ti racconti
Come il nostro nonno materno si
Strappò tutti i denti per non andare
Alla loro guerra. Mio piccolo fratello Eliyahu, non
Andare alla loro guerra.
Yitzhak Laor, 1978.
* * *
La lettera degli studenti delle classi superiori
(Shministim)
Al Primo Ministro Ariel Sharon,
Noi sottoscritti, giovani cresciuti ed allevati in
Israele, siamo sul punto di essere chiamati per prestare servizio nello
Tzahal. Protestiamo davanti a Lei contro la politica aggressiva e
razzista condotta dal governo israeliano e dal suo esercito, e La
informiamo che non intendiamo prendere parte alla realizzazione pratica
di questa politica.
Ci opponiamo energicamente alla violazione dei
diritti umani messa in atto dal governo israeliano. Espropriazioni di
terre, arresti, esecuzioni sommarie, demolizioni di case, isolamento,
tortura e rifiuto di prestare soccorsi sanitari, sono solo alcuni dei
crimini che lo stato di Israele sta compiendo, in flagrante violazione
delle convenzioni internazionali da esso stesso ratificate.
Queste azioni non sono solamente illegittime: non
ottengono il loro scopo dichiarato, cioè, promuovere la
sicurezza personale dei cittadini.
Questa sicurezza sarà ottenuta solo attraverso un giusto accordo
di pace tra il governo israeliano e il popolo palestinese.
Di conseguenza obbediremo alle nostre coscienze e
rifiuteremo di prendere parte agli atti di oppressione contro il popolo
palestinese, atti che dovrebbero essere chiamati per l’esattezza azioni
terroristiche.
Ci appelliamo alle persone della nostra età, ai ragazzi chiamati
alla leva, ai soldati attualmente nell’esercito e ai riservisti
affinché facciano lo stesso.
Per conoscenza
al Ministro della Difesa, Binyamin Ben-Eliezer
al Capo di stato maggiore dello Tzahal, Shaul Mofaz
19 Agosto 2001
(seguono 62 firme)
* * *
L’annuncio dei 52 riservisti
Noi, ufficiali e soldati riservisti membri di
unità combattenti
dello Tzahal, cresciuti secondo i principî del sionismo,
dell’abnegazione e della devozione al popolo e allo Stato di Israele,
noi che abbiamo sempre operato sulla linea del fronte
e che siamo stati i primi a compiere qualsiasi missione,
facile o improba, per difendere lo Stato d’Israele e per rafforzarlo;
noi, ufficiali combattenti e soldati che servono
lo Stato di Israele per diverse settimane ogni anno, senza alcun
riguardo
per i gravi costi personali che ciò comporta,
abbiamo prestato il nostro servizio di riservisti in tutti i territori
occupati e ci sono stati impartiti ordini che non avevano niente a che
fare con
la sicurezza dello Stato di Israele,
e il cui unico scopo era la prosecuzione della nostra dominazione
sul
popolo palestinese;
noi, che siamo stati testimoni oculari dei bagni di sangue che
l’occupazione reca ad entrambe le parti coinvolte;
noi che abbiamo sentito come gli ordini che abbiamo ricevuto nei
Territori distruggano tutti i valori che ci sono stati insegnati in
questo paese;
noi che comprendiamo che il prezzo dell’occupazione è la perdita
del carattere umano dello Tzahal e la corruzione di tutta la
società israeliana;
noi che sappiamo che i Territori non sono Israele, e che alla fine
tutte le colonie dovranno essere evacuate.
Noi con la presente dichiariamo che non
combatteremo più una guerra a sostegno degli insediamenti nei
Territori.
Non combatteremo più al di là delle frontiere del 1967
per dominare, scacciare, affamare e umiliare un intero popolo.
Noi dichiariamo che continueremo a servire nello Tzahal
e a compiere qualsiasi missione che servirà alla difesa dello
Stato di Israele.
Le missioni di occupazione e di repressione non
servono
a tale fine, quindi noi non vi parteciperemo più.
(seguono le firme dei militari)

Annuncio a pagamento dei 52 riservisti sul quotidiano Ha’aretz
del 25 gennaio 2002
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