libertarismo, cooperativismo, cosmopolitismo
UNA CITTA'mensile di interviste
UNA CITTÀ n. 103 / Aprile 2002
JEFF HALPER

LA MATRICE DEL CONTROLLO

Una politica israeliana sistematicamente pianificata a pregiudicare per sempre qualsiasi possibilità di uno stato palestinese realmente sovrano. 400.000 ebrei vivono già al di là dei confini del ‘67. L’E1, sigla anonima che denomina uno spicchio di territorio che taglierebbe l’ultimo corridoio nord-sud accessibile ai palestinesi. Il sogno, una volta che ci sarà lo stato palestinese, di una confederazione alla ‘scandinava’, aperta alla libertà di circolazione e di residenza di tutti ma dove ognuno vota per il proprio parlamento. Intervista a Jeff Halper.

Jeff Halper, 53 anni, è il coordinatore dell’Icahd (Israeli Committee Against House Demolitions) e professore di Antropologia all’Università Ben Gurion. Sposato, con tre figli, vive in Israele dal 1973.

Tu sei un antropologo, oggi però ti occupi di progettazione urbana, e militi contro la demolizione delle case palestinesi. Qual è stato il tuo percorso?
Io sono originario degli Usa, dello stesso paesino in cui è nato Bob Dylan, anche se oramai vivo in Israele da 30 anni. Sono diventato antropologo negli anni ’60, quando lavoro e carriera erano considerate delle parolacce, perché noi pensavamo a come cambiare il mondo e quindi le parole chiave erano impegno e responsabilità.
Per me l’antropologia allora era perfetta, perché da una parte permette di non stare seduto in una stanza: devi stare con la gente, incontrarla, parlarci; dall’altra, ha anche un aspetto molto intellettuale, è una professione in cui mentre incontri e parli con la gente, devi continuare a domandarti: “Perché si comportano così?”, “Cosa diavolo sta accadendo qui?”.
L’antropologia poi chiama sempre in causa la responsabilità. Perché se io trascorro un anno o alcuni anni con la gente dei quartieri disagiati negli Usa, o con i palestinesi oppressi, o nel Terzo Mondo, la domanda diventa: cosa me ne faccio di queste mie conoscenze?
Per questo io oggi vedo il mio impegno nel Comitato contro la demolizione delle case, contro l’occupazione israeliana, come parte del mio lavoro di antropologo. C’è una perfetta continuità.
Anche nella pianificazione territoriale poi c’è un miscuglio di politica e antropologia.
L’ Icahd ha da poco tenuto una conferenza a Gerusalemme con i pianificatori sul tema: “Progettazione territoriale e diritti umani”. Ebbene, uno dei temi emersi in quella conferenza è stata l’idea che la pianificazione è un’ottima copertura per un’agenda politica, perché suona molto tecnica, professionale, con un gergo particolare, per cui riesci a perseguire obiettivi politici molto facilmente sfruttando appunto la sua cosiddetta “neutralità”.
Puoi fare qualche esempio?
Possiamo partire dal fatto che Israele ha contrassegnato il West Bank come zona agricola. Ecco, questo significa che i palestinesi non possono ottenere permessi per la costruzione di case, se non in qualche raro caso. Perché la legge stabilisce che è terreno adibito ad agricoltura e non all’edificazione.
Allora, è evidente che lo scopo di questi piani è tutto politico; è volto a confinare i 3 milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati in piccole isole, lasciando così la maggior parte del territorio libero per gli insediamenti degli israeliani.
Così se tu chiedi al governo israeliano: “Ma perché demolite queste case?” (8000 case di palestinesi sono state demolite dal 1967, da quando è iniziata l’occupazione), ecco che loro risponderanno: “Stiamo mettendo in atto il progetto di pianificazione”. Insomma suona tutto molto ragionevole.
Invece è molto più complicato. Tra l’altro la legge che definisce quella zona come “agricola” è del 1942, è un piano del protettorato britannico. Israele si è limitato a riprenderlo e a usarlo come base legale per questa azione che è tutta politica. Cioè ha legittimato la propria azione con un piano di 60 anni fa, quando nel West Bank c’era un quarto della popolazione attuale, non più di 250.000 persone. Cosa poteva esserci di meglio di un piano legale, formale, addirittura degli inglesi, che congela il West Bank al 1942? Ecco perché la progettazione è così efficace, perché crea una struttura di legalità che rende il tutto presentabile come semplice atto amministrativo.
Così il 73% del West Bank è stato ridefinito ed è diventato “terra dello stato”. E su quella terra lo stato può fare ciò che vuole. E’ veramente straordinario: tu hai un palestinese che vive lì e che se aggiunge un bagno alla sua casa, arriva l’esercito a demolirla; e accanto, dall’altra parte della strada, ci sono 40.000 ebrei israeliani che vivono in bellissimi appartamenti, con la luce, tutte le infrastrutture, parchi, scuole, una vera e propria città in quella stessa terra in cui i palestinesi, in base al piano del 1942, non possono costruire niente!
Oggi abbiamo 5 milioni di ebrei israeliani che vivono in Israele, e un milione di arabi con cittadinanza israeliana. Poi ci sono 2 milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati del West Bank, un milione che vive a Gaza e 4 milioni di profughi palestinesi che vivono sia nei paesi arabi vicini che nel resto del mondo.
Per i palestinesi l’intero paese è Palestina; per molti anni hanno infatti cercato di porre fine a Israele e di avere un unico stato palestinese. Nel 1993, però, con l’avvio del processo di pace di Oslo, i palestinesi hanno riconosciuto lo stato di Israele all’interno della “linea verde”, ossia entro i confini del 1967; questo significa che i palestinesi alla fine hanno detto: “Va bene, a noi è sufficiente un piccolo stato palestinese comprendente West Bank, Gerusalemme Est e Gaza, contiguo allo stato di Israele”.
Il punto è che se guardiamo oggi a una mappa di quest’area, l’idea dei due stati appare logica: a ovest lo stato di Israele e accanto lo stato palestinese; la terra viene divisa: due popoli e due stati. Allora qual è il problema?
Ebbene, ci sono almeno due problemi. Se infatti guardiamo alla mappa con una prospettiva biblica, vediamo che rispetto alla terra santa, così importante per la storia ebraica, ecco, la mappa risulta esattamente rovesciata!
Il cuore di Israele è paradossalmente nel territorio oggi occupato dai palestinesi. E’ infatti tra Nablus, Ramallah, Gerusalemme, Betlemme e Hebron che tutti gli eventi biblici hanno avuto luogo. Allora, Tel Aviv è il principale centro di Israele, commerciale, culturale, tecnologico. Ma secondo la prospettiva biblica il vero cuore è a est, come molti ebrei rivendicano.
Proprio per rivendicare la propria presenza nel West Bank, Israele fin dal 1967 ha costruito più di 200 insediamenti in quest’area. Così oggi 400.000 ebrei vivono oltre i confini del ’67.
L’obiettivo di questi insediamenti da un lato è di rivendicare quella terra per Israele; dall’altra parte sono stati costruiti in zone molto precise. Così, qualora dovesse nascere lo stato palestinese, sarà uno stato a macchia di leopardo, fatto di piccole isole; quindi non sarà un vero stato, perché l’intero territorio è stato diviso in una maglia, in un reticolo di strade e di insediamenti che rendono impossibile una libertà di movimento per i palestinesi.
Il secondo problema riguarda i rifugiati palestinesi, perché i profughi non vogliono semplicemente vivere lì da qualche parte, vogliono tornare a casa. E “a casa” per loro significa all’interno dello stato di Israele: vogliono tornare a Giaffa, in Galilea, e se hai 4 milioni di palestinesi -qui il dato demografico è decisivo- che rientrano nello stato di Israele, è evidente che Israele cambia le proprie connotazioni, non è più uno stato “ebraico”.
Citavi poi un ulteriore piano per la creazione della “Grande Gerusalemme”: di cosa si tratta?
Fino al 1967 gli ebrei vivevano a Gerusalemme ovest, mentre i palestinesi occupavano la parte orientale sotto il dominio della Giordania.
Nel 1967 Israele ha conquistato anche Gerusalemme est e tutto il West Bank. Ma Gerusalemme sotto il dominio giordano era costituita da una piccola area comprendente la vecchia città e qualche piccolo insediamento sulle colline circostanti. Israele invece ha occupato porzioni del West Bank e le ha annesse a Gerusalemme ovest espandendo di molto i confini della città.
Come hanno fatto i pianificatori a decidere questi nuovi confini? E perché?
Il principio alla base di questa nuova configurazione dei confini era il controllo, assicurato essenzialmente da una maggiore presenza ebraica.
Alla base della ridefinizione dei confini c’era quindi l’obiettivo di includere quanta più possibile terra palestinese non ancora edificata su cui gli ebrei potessero creare nuovi insediamenti. Così dal 1967 gran parte dell’allargamento di Gerusalemme si è concentrato nella zona orientale. E lì che sono stati costruiti gli insediamenti più importanti, appunto per cambiare l’equilibrio della città e far sì che Gerusalemme prendesse una nuova fisionomia.
Israele poi ha intenzionalmente chiamato questi nuovi insediamenti “vicinati”. Anche l’uso del linguaggio nella pianificazione è molto importante, perché gli “insediamenti” fatti in territorio palestinese ovviamente assumono subito un significato politico. Così i media israeliani parlano del “vicinato” di Ghilo, un insediamento molto vicino a Betlemme e a Beit Jala; mentre i palestinesi denunciano l’ “occupazione” israeliana di Ghilo. C’è poi da dire che gli israeliani che vivono a Ghilo non hanno idea del motivo di questa protesta, non ricordano più quali fossero i vecchi confini, riconoscono solo quello attuale, per cui si sentono semplicemente un quartiere di Gerusalemme e per loro i palestinesi non hanno ragione di protestare. Insomma lo stesso fenomeno viene vissuto in modo assolutamente speculare: i palestinesi sono offesi del fatto che gli israeliani abbiano costruito questo insediamento sulla loro terra; dall’altra parte, gli israeliani protestano perché i palestinesi gli sparano contro, secondo loro senza alcun motivo.
Comunque, considerando che ci sono circa 8 insediamenti in quest’area e che in ognuno di questi vivono circa 30-40.000 persone, oggi in effetti nella parte orientale di Gerusalemme ci sono più ebrei che palestinesi.
Tuttavia, per mantenere la città a maggioranza ebraica non è stato sufficiente creare nuovi insediamenti, per cui nella ridefinizione dei confini si è anche cercato di tagliare fuori quanti più palestinesi possibile. Così, le zone del West Bank ad alta densità di popolazione palestinese sono state escluse dai confini della linea rossa che definisce la “Grande Gerusalemme”. Per cui, da un lato hanno annesso zone che non facevano parte di Gerusalemme e dall’altro hanno estromesso zone che invece prima vi erano incluse.
Quali sono le implicazioni del progetto della Grande Gerusalemme?
La Grande Gerusalemme interessa l’intera area metropolitana di Gerusalemme e sta trasformando la città in una vera e propria regione che controlla l’intera parte centrale del West Bank, dividendo così i palestinesi di Gerusalemme est da quelli che vivono nel West Bank.
Allora, qui si pone di nuovo la questione centrale: ci sarà uno stato palestinese che sia davvero funzionante, con una sovranità reale sul proprio territorio, in grado di garantire il movimento all’interno, o si arriverà invece a un mini-stato palestinese assolutamente dipendente da Israele? E’ questa la domanda cruciale.
Ebbene, voglio partire da una considerazione di tipo urbanistico: l’unica strada che mette in comunicazione il nord col sud, e che permette ai palestinesi di andare dalla zona settentrionale del West Bank alla zona meridionale e che è indispensabile a qualsiasi stato per una gestione razionale del territorio, per il movimento di beni e persone, altrimenti non si può nemmeno parlare di un vero stato; ebbene l’unica via accessibile ai palestinesi per spostarsi da nord a sud si trova appunto tra Ma’alei Adumim e Gerusalemme. Oggi Israele, attraverso la progettazione urbana, ha definito un’area che si chiama “E1” (e a sentir parlare di “E1” è evidente che viene subito da sbadigliare, è noioso; lo è anche per gli studenti di urbanistica. Questo a dimostrare quanto efficacemente la stessa lingua, le sigle, il gergo dei pianificatori riescano a nascondere problemi enormi). In realtà E1 è un’area assolutamente decisiva e importantissima, perché, una volta annessa all’insediamento di Ma’alei Adumim, chiude l’unico corridoio nord-sud che hanno i palestinesi e divide il West Bank in due parti ponendo l’intera zona sotto l’effettivo controllo di Israele. Perché costringe il traffico palestinese in direzione nord-sud a passare per il territorio israeliano. Non solo: allontana i palestinesi del West Bank da Gerusalemme, isola i 200.000 palestinesi di Gerusalemme est dal loro potenziale stato e infine taglia il naturale collegamento tra Gerusalemme e Ramallah.
Lo scenario che si delinea è allora quello di uno stato in cui per spostarsi da nord a sud gli abitanti devono chiedere il permesso a Israele .
Ecco, questo piccolo pezzo di terra probabilmente determinerà se ci sarà o meno la pace in Medioriente. Perché è da lì che si vede se si farà o meno lo stato palestinese; se recedono da questa occupazione o meno… Oggi sono circa 62 le “isole” create dalle strade e dagli insediamenti israeliani, in cui i palestinesi sono confinati a vivere. E poi se Israele ha il controllo dei confini, delle strade, degli insediamenti, e anche dell’acqua (perché gli insediamenti, tra l’altro, sono ubicati vicino alle fonti d’acqua); insomma, se Israele può controllare confini, acqua, sicurezza, strade, come si può costituire uno stato palestinese?
Di nuovo un esempio perfetto, eccezionalmente esemplare, di come la progettazione territoriale possa essere usata per il controllo politico.
Dunque la chiave di tutto è l’ossessione del controllo da parte israeliana…
Credo che questo aspetto in effetti spieghi molto. Il controllo poi si esplica in varie forme. Infatti non esistono solo la modalità militare e quella legata alla progettazione, con la creazione di insediamenti e strade, ossia con ciò che ho chiamato una “matrice di controllo” sui territori occupati.
C’è un terzo livello di controllo ugualmente efficace che è quello amministrativo; in altre parole l’allestimento di un vero e proprio sistema di permessi, procedure, burocrazia, che intrappola i palestinesi in una stretta rete di controllo. Per cui ogni volta che un palestinese prova ad alzare la testa, nel senso che vuole andare a scuola, al lavoro, prendere la patente, andare all’estero a studiare o a lavorare, spostare i soldi da una banca ad un’altra, qualsiasi cosa, ecco che si imbatte immediatamente in qualche vincolo posto dagli israeliani. Così oggi, per esempio, i palestinesi non possono più andare a Gerusalemme a lavorare, a meno di ottenere un permesso che molto difficilmente viene rilasciato. Lo stesso vale per la patente: la richiesta deve essere accettata dai servizi di sicurezza israeliani.
Tutto per controllare i palestinesi sempre e ovunque. E a questo punto davvero non hai bisogno dell’esercito, perché controlli già la gente e i suoi movimenti. E poi, fattore ancora più decisivo, crei uno stato di dipendenza. Così almeno diecimila palestinesi sono diventati “collaboratori”, informatori della polizia israeliana o dell’esercito. Perché? E’ semplice: vuoi costruire una casa? Nessun problema: ecco cosa devi fare per avere quel permesso. Devi mandare tuo figlio all’ospedale per un’operazione? Nessun problema: questo è il prezzo. E il livello di dipendenza ormai è tale che tra palestinesi nessuno si fida più degli altri, cosa che sta minando le basi della società. Un padre non può più fidarsi del figlio; i fratelli non si parlano più francamente, perché non si sa mai. E’ come se fosse tutto sotto la lente di un microscopio, costantemente, e tutto viene registrato: chi sei, dove vivi, dove vive la tua famiglia, se hai qualche segnalazione, se hai il permesso di muoverti. Il livello di controllo è davvero stupefacente. E di nuovo si tratta banalmente di controllo amministrativo.
A tuo avviso lo stesso concetto di nazionalismo ha un ruolo centrale. Puoi spiegare?
Parlando in termini molto generici, possiamo individuare due tipi di nazionalismo. L’Europa occidentale è caratterizzata da un modello fondato sullo stato-nazione, che appartiene a tutti, per cui tutti quelli che ci vivono sono cittadini, anche se appartengono ad altri gruppi etnici o ad altre culture. Nell’Europa orientale, invece, e lo vediamo in Serbia, Bosnia, Russia, Polonia e così via, c’è un diverso concetto di nazionalismo che definirei “tribale”.
Si tratta di nazioni-stato dove viene prima la nazione e solo in secondo luogo lo stato, e il paese appartiene a una specifica tribù, a uno specifico popolo, per cui la Russia appartiene ai russi e se non sei russo non dovresti essere lì, o comunque sei un cittadino di serie B; la Serbia appartiene ai serbi, non a bosniaci o croati. Ecco, è questo il nazionalismo che connota Israele, un nazionalismo tribale.
Per Israele devi essere ebreo per vivere in questo paese e i palestinesi che vivono in Israele sono cittadini di serie B, quindi non hanno alcun diritto di esprimersi con l’Intifada, di aspirare a uno stato, perché stanno vivendo in una terra che appartiene agli ebrei. Come dicevo, si tratta di una forma di nazionalismo tribale, e quindi di razzismo, che è molto difficile da gestire perché non ammette compromessi.
Credo sia una questione delicata e interessante. E’ anche uno degli argomenti del movimento no-global, ossia il rischio della mono-cultura, per cui se tutto si mescola identità e culture scompaiono. A questo ogni paese deve dare la sua risposta: quanto preservare della nostra cultura e identità e quanto partecipare e condividere con la cultura globale? E a che livello ci si deve allarmare per la perdita di identità? Io credo che Israele tenda troppo a vedersi chiusa in un ghetto, a vivere separatamente. Ma l’alternativa che molti israeliani vedono è l’assimilazione: semplicemente sparirebbero come popolo e come individui confondendosi con tutti gli altri.
Ma qui si può parlare di colonialismo? E cosa pensi dell’ipotesi di una confederazione bi-nazionale?
Israele evidentemente risponderebbe che non si tratta di colonialismo, perché la terra è nostra in ultima istanza. Quando Mussolini ha occupato l’Etiopia credo non l’abbia mai considerata parte dell’Italia. Quando gli inglesi sono andati in Kenia, certo governavano e controllavano il paese, ma non l’hanno mai considerata la loro terra. Voglio dire, il colonialismo è qualcosa di artificiale.
Per gli ebrei israeliani invece questo paese, l’intero territorio, appartiene a loro fin dalle origini. Per cui non lo stanno propriamente “colonizzando”, perché non si considerano stranieri entrati in un paese che appartiene a un altro gruppo.
I palestinesi invece, da parte loro, pensano che si tratti proprio di colonialismo, anche perché non possono accettare che il “loro” paese appartenga agli ebrei. Per cui i palestinesi parlerebbero di colonialismo, mentre gli ebrei direbbero: no, è il nostro paese.
Questa è una linea di demarcazione anche tra gli ebrei israeliani: se io sono contrario al dominio di Israele sui palestinesi nel West Bank e a Gaza parlerò di “occupazione”; se invece sono favorevole perché comunque “è il mio paese”, parlerò di “liberazione”: vengono liberati dei territori che ci appartengono. Ecco, io evidentemente sono tra quelli che parlano di “occupazione”, anche perché a mio avviso questo termine ha una peculiare accezione politica, anche più di “colonialismo”.
Per quanto riguarda la confederazione, c’è da dire che forse per i palestinesi non è una soluzione conveniente, perché Israele è molto forte, economicamente, sul piano della cultura, delle istituzioni, politicamente. E se ci fosse uno stato che permettesse davvero ai palestinesi di sviluppare una propria economia e una vera società civile, rimarrebbero comunque sempre inferiori rispetto agli ebrei israeliani.
Allora io credo sia preferibile la soluzione dei due stati. I palestinesi hanno bisogno di un loro stato, di un loro spazio, di un luogo dove poter tirare il fiato, dove i profughi possano tornare, dove poter sviluppare un’economia e una cultura, con i loro teatri, i loro giornali; hanno bisogno di tutto questo. E tuttavia, uno stato palestinese costituito da West Bank e Gaza è troppo piccolo: parliamo del 22% del paese, che già di per sé ha una superficie limitata…
Io personalmente condivido l’ipotesi che si arrivi a uno stato palestinese e che si crei poi una sorta di confederazione regionale, qualcosa come la Scandinavia. Non siamo ancora pronti per l’Europa, ma il modello scandinavo significa che tu puoi lavorare in uno qualsiasi di quei paesi, e però continui a votare nel tuo. Per cui se anche un milione di svedesi vanno a lavorare in Danimarca perché lì l’economia è più avanzata, in realtà non rappresentano una minaccia perché continuano a votare per il parlamento svedese. E i loro figli, anche se nascono in Danimarca, continuano a essere svedesi. Ecco, credo che questo modello potrebbe funzionare, potremmo mettere assieme Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano.
Qualcuno ha già trovato un nome per questa nuova entità: Isfalur (Israele, Siria, Palestina, Libano e Giordania), un’unità geografico-economica, in cui ciascuno potrebbe vivere dove preferisce. Così se un ebreo israeliano vorrà vivere a Hebron non ci saranno problemi; il problema infatti nasce quando quell’ebreo dice che quella è la sua città e che nessun altro può viverci. Allo stesso tempo i profughi palestinesi potrebbero tornare a Giaffa o in Galilea, e però continuare a votare per il parlamento palestinese così da non minacciare lo stato di Israele.
Insomma tutti potrebbero vivere e lavorare nell’intera area; verrebbero meno tutti i confini, ma ogni paese avrebbe il suo parlamento e la sua sovranità, e sarebbe messo nelle condizioni di proteggersi da tassi eccessivi di immigrazione. Credo che alla fine sia questo il modello migliore.
Sarebbe interessante tornare alla fondazione dello stato di Israele, perché in origine c’era comunque una rete democratica di insediamenti, con i kibbutz. Quanto di quell’ispirazione è rimasto? Questa svolta a destra è inarrestabile?
E’ vero, all’inizio Israele era un paese socialista e democratico. Il sionismo, il mito fondatore di Israele, non è mai stato un mito religioso, per questo ho usato il termine “tribale”. Perché una tribù può fondarsi sulla religione, ma anche sull’idea di una storia comune, di una patria. Ciò che però accomuna qualsiasi tribù è il principio di esclusione, l’appartenenza per sangue. Puoi appartenere alla tribù solo se sei nato al suo interno…
Allora, è evidente che quando si parla di tribù si intende un sistema regressivo, reazionario, perché non c’è modo di aprirsi, altrimenti la tribù è in pericolo.
E così accade che Israele, da un lato, sia un paese molto democratico (abbiamo 16 partiti nel nostro parlamento) e però sia democratico unicamente per gli ebrei. C’è un’idea solo formale di cittadinanza, per cui quando si tratta davvero di decidere il destino del paese soltanto gli ebrei hanno questa possibilità. Da un’indagine da poco resa pubblica risulta che ben l’80% degli ebrei israeliani pensa che gli arabi israeliani non dovrebbero partecipare in alcun modo alla vita politica del paese. Tutte le decisioni che hanno a che fare con la natura dello stato di Israele e il suo futuro dovrebbero essere prese solo dagli ebrei israeliani, non dagli arabi.
Così, di nuovo, in Israele l’idea di cittadinanza c’è ma è concepita in termini tribali: ci sono i veri cittadini, che sono legittimati e decidono, e poi ci sono gli altri, che sono cittadini perché noi siamo democratici, ma in realtà non hanno alcun potere.
Evidentemente questa posizione è sempre più difficile da difendere agli occhi del resto del mondo. Voglio dire, nessuno oggi vede la Serbia come modello per una società. In un mondo sempre più globalizzato in cui la gente e le cose si muovono costantemente, diventa quasi impossibile dare legittimità una società tribale.
Forse il vero nodo riguarda allora il perché Israele si sia messa così sulla difensiva, in modo quasi parossistico. Forse bisogna ripartire da lì, perché ormai in Israele qualsiasi dibattito politico cade immediatamente nella questione dell’esistenza di Israele: gli ebrei hanno il diritto a questo stato? Siamo moralmente giustificati? E questo riguarda proprio qualsiasi questione: gli insediamenti, le strade… immediatamente si finisce in “Chi siamo?”, “Abbiamo il diritto di star qui?”. E’ una minaccia costante che rende subito Israele molto diffidente.
Così manca proprio lo spazio per qualsiasi dibattito e questa situazione risulta critica soprattutto per le nuove generazioni, perché i giovani ebrei cresciuti in Israele sono stati educati nell’ideologia sionista. In Israele sia la scuola che l’università insegnano il pensiero critico, ma in questo contesto non si può essere critici: saresti una minaccia per l’intera società.
Ecco, per Israele sembra si tratti sempre di questione di vita o di morte. O tutto o niente. O il 100% di quello che facciamo è giusto, e tutto quello che fanno gli arabi è sbagliato, oppure l’intero sistema crolla e noi scompariamo. Se anche solo ammettiamo che forse i palestinesi hanno qualche ragione…
Un altro degli argomenti tabù è il tasso di uscita degli ebrei israeliani…
Io non ho dati, ma che molti ebrei se ne stiano andando è sotto gli occhi di tutti. Anche mio figlio ora pensa seriamente di partire; la scorsa settimana uno dei suoi amici è morto in un caffè, credo ormai sia troppo per lui. E considera che è anche già stato in carcere per renitenza alla leva; voglio dire che è uno impegnato, che ci tiene a questo paese. Del resto in carcere ci sono stato anch’io, all’inizio di quest’anno, ormai è una tradizione di famiglia…
La cosa più preoccupante è che sta cambiando la composizione sociale del paese, perché ad andarsene è la classe media, gli intellettuali; questo vale anche per i palestinesi. Gli stessi russi, arrivati negli ultimi anni, stanno spostando il paese ulteriormente a destra. Eppure, sono mediamente colti, media borghesia, per cui si pensava fossero progressisti, invece evidentemente in questo caso il background culturale non è affatto decisivo, perché i tre partiti che hanno fondato oggi sono tutti nel governo Sharon. Francamente è difficile essere ottimisti…